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Migrantes

February 22, 2017

MIGRANTES

Palazzo Garofalo 
dal 23 febbraio all’11 marzo 2017
paricolare MoMò Calascibetta acrilico 40×50 2017 (particolare)

Cresce l’interesse nel territorio ibleo per la prestigiosa iniziativa, unica nel suo genere, della mostra interculturale d’arte “Migrantes”.
Trentanove artisti professionisti, anche giovani talenti; ragazzi coinvolti in diversi centri di accoglienza; dipinti, fotografie, sculture, testimonianze video con canti, poesie e danze: questi i soggetti e le loro produzioni all’interno di un percorso che diventa metafora esistenziale.

Artisti:
ARTURO BARBANTE, ILDE BARONE, SALVO BARONE, SANDRO BRACCHITTA, MOMÓ CALASCIBETTA, CARMELO CANDIANO, MAVIE CARTIA, SALVO CARUSO, DANIELE CASCONE, SALVO CATANIA, EZIO CICCIARELLA, GIUSEPPE COLOMBO, GIUSEPPE DIARA, SALVATORE DIFRANCO, GIUSEPPE ANTHONY DI MARTINO, ANGELO DI QUATTRO, ALESSANDRO FINOCCHIARO, GIOVANNA GENNARO, TONY GENTILE, AMIR YEKE, GIOVANNI IUDICE, GIOVANNI LA COGNATA, GIUSEPPE LEONE, GIOVANNI LISSANDRELLO, GIANNI MANIA, SEBASTIANO MESSINA, DARIO NANÌ, LUIGI NIFOSÌ, MICHELE NIGRO, ALIDA PARDO, FRANCO POLIZZI, MAURIZIO POMETTI, LUIGI RABBITO, FRANCESCO RINZIVILLO, GIOVANNI ROBUSTELLI, PIERO ROCCASALVO, FABIO ROMANO, FRANCO SARNARI, ALFONSO SIRACUSA.

NELLA TERRA DI NESSUNO di ANDREA GUASTELLA

Ogni anno decine di milioni di persone fuggono dal loro paese d’origine: abbandonano aree devastate da conflitti e guerre, dove la libertà è un miraggio e la violenza è all’ordine del giorno. Chi fugge, il più delle volte, non lo fa in cerca di un futuro migliore, ma semplicemente per conservare la vita sua e dei propri cari. Questi concetti sono ormai diventati di dominio comune. Se infatti la storia ha conosciuto fasi di grandi migrazioni, mai esse sono avvenute nello stesso periodo, a vastissima scala e con l’impressionante rapidità dei nostri giorni. Gli stranieri che sino poco fa vedevamo solo al cinema o di cui leggevamo sui giornali, circolano adesso per le nostre strade, sbandati e in cerca di attenzione. Accorgersi della loro presenza non significa però che i migranti cessino di essere oggetto di carità postale o di astratta discussione. Al contrario, i problemi pressanti che la loro realtà comporta e la nostra attitudine ad assuefarci al dolore fanno sì che i tormenti della coscienza, quando ci sono, si conformino al respiro delle onde che cancellano implacabili le tracce degli sbarchi.
Forse solo gli artisti sanno davvero interpretare ciò che accade a coloro che abbandonano casa. Lo sanno in quanto disadattati essi stessi, estranei a una società che fa dell’utile il valore assoluto. Lo sanno in quanto corpi avvezzi al peso e alla transitorietà della materia. Lo sanno soprattutto in quanto esperti dell’umano, e per ciò stesso costretti a identificarsi con l’altro.
A giudicare dai lavori esposti in mostra, il migrante è anzitutto un’identità in transito. In questo senso, ciascun uomo è un migrante, tanto la bimba che sogna in valigia di Alida Pardo quanto gli automobilisti incolonnati sul sentiero della vita di Luigi Rabbito.
Cos’è in fondo l’esistenza se non l’esplorazione di un territorio sconosciuto? Perciò il quadro di Ilde Barone si intitola semplicemente Nata – e credo in ciò si colga un’identificazione personale – e Giovanni Robustelli, con le sue alghe ondeggianti, può a ragione evocare la “coscienza dell’io”: l’io è un groviglio di pensieri e di emozioni, quasi sempre in contrasto tra loro, che si agita come una fiamma in direzione del cielo. Anche se, come accade alle alghe, salire in superficie significa morire.
Il viaggiatore muore al suo passato. Il futuro è una questione di prospettiva. E in prospettiva, quasi osservandolo dall’alto, Michele Nigro dipinge il Mediterraneo come un tappeto colorato. È il nostro mare, e i migranti di oggi sono i padri di ieri. Non siamo forse un unico tessuto? Che cosa distingue siriani e ugandesi dalle contadine in scialle nero di Giuseppe Colombo, dalla nonna che si bagna i piedi sulla spiaggia di Giuseppe Anthony Dimartino, dai viandanti affacciati a un vagone ferroviario di Giovanni Iudice, da quelli che ci sorridono dai vetri di un autobus di Luigi Nifosì o dall’uomo di colore disperso per le strade di Palermo di Giovanni La Cognata? Niente.
Nelle nostre serre, come nei campi percorsi dal Seminatore di Millet evocato da Franco Sarnari, la vita è lavoro. Le grandi mani di Momò Calascibetta e i piedi di Salvatore Difranco sono uguali per tutti. Come oggi, ieri il passaggio per conseguire un destino migliore è una porta stretta, irta di punte come quella assemblata da Carmelo Candiano. Chiunque la attraversi, sia l’Argonauta dal volto segnato di Salvo Caruso, sia la figura nuda e sperduta in una stanza di Dario Nanì, sia la sagoma svestita in forma di persona di Fabio Romano, porterà sulla pelle le tracce dei chiodi.
Altri artisti preferiscono soffermarsi sulle dinamiche del viaggio e sulle conseguenze che esso apporta al fisico e alla psiche del migrante. Partiamo dal viaggio: il mare, lo spazio da percorrere, è davvero sconfinato, come nel lavoro di Sandro Bracchitta; il tragitto è periglioso, come quello della barca di carta di Maurizio Pometti; il suo approdo è un magma indistinto che solo per caso si chiama Sampieri, come nel dipinto di Alessandro Finocchiaro.
A volte, come nel quadro di Mavie Cartia, il silenzio dei flutti è confortato dalla speranza di un avvistamento. Ma non avevano avvistato i soccorsi anche i dispersi della Zattera della Medusa?
Spesso, anzi spessissimo, al viaggio segue il naufragio, con la speranza che ironicamente si converte in di-speranza come nel dipinto di Franco Polizzi. Abbiamo quindi il corpo morto a pochi metri dalla sarcastica linea di traguardo di Salvo Catania Zingali, i cadaveri velati di uno scatto di Gianni Mania, il vortice impetuoso di Giovanni Lissandrello, il bimbo pupazzo squarciato di Piero Roccasalvo Rub, la memoria dell’acqua di Amir Yeke.
Dopo lo sbarco, restano le barche sulla spiaggia di Giuseppe Diara, i fiori in mare di Giovanna Gennaro, i legacci e la pietra di Ezio Cicciarella, insomma, le reliquie, i condensati di memoria in cui, come nelle conchiglie, riecheggia ancora l’eco del lungo navigare: si guardi al copertone salvagente dell’istallazione di Alfonso Siracusa e al legno decorato da Tony Gentile, proveniente da un relitto.
E i migranti? Quando giungono vivi sono lieti per lo scampato pericolo come il naufrago di Arturo Barbante, ma nella maggior parte dei casi li attendono l’indifferenza, l’alienazione, la riduzione a un numero di cui parlano i lavori di Angelo Diquattro, di Francesco Rinzivillo e di Salvo Barone.
Dobbiamo quindi concludere che la terra promessa confina con l’orrore, che la “civiltà” è barbarie e la barbarie civiltà? È lo spettacolo che la cronaca, prima ancora dell’arte, ci trasmette.
Vediamo perennemente tradotti in spaventevole realtà il racconto di Caino e quello di Noè e sappiamo, noi per primi, di non stare di casa in nessun luogo. Anche il Figlio dell’uomo non aveva, come i migranti, una pietra dove posare il capo. “Noi” – lo notava in uno splendido saggio Glauco Cambon – “siamo la sua immagine invertita. Forse demoniaca”.
E tuttavia se, come forse accade, per altre vie, agli oranti di Giuseppe Leone, agli amici di Sebastiano Messina e al libero pensatore di Daniele Cascone, “l’arte contemporanea […] ci avrà condotto ad affrontare l’abisso della nostra dispersione, ci avrà dato la possibilità di istallarci […] in un mondo nuovo a venire e in un linguaggio valido; di riessere umani. Nel frattempo, attendati in terra di nessuno, viviamo l’inferno dell’attesa. Possiamo solo sperare che sia infine un purgatorio”.

Curatore generale: Giuseppe Di Mauro
Direttore artistico: Salvo Barone
Critici:
– ELISA MANDARÀ
– ANDREA GUASTELLA
Consulenza scientifica: Cattedra di “Dialogo tra le culture” di Ragusa
Coorganizzatori: Alcuni Uffici della Diocesi di Ragusa
✔Cultura
✔Caritas
✔Migrantes
✔Missioni
◻ CALENDARIO GENERALE ◻

◽▫Ragusa▫◽
Palazzo Garofalo, dal 23 febbraio all’11 marzo
Inaugurazione 23 febbraio ore 19.00
Lun-sab 9.30-12.30 (su richiesta); 16.00-19.00

◽▫Comiso▫◽
Foyer del Teatro Naselli, dal 4 aprile al 19 aprile
Inaugurazione 4 aprile ore 19.00
Lun-sab 9.30-12.30; 17.00-20.00

◽▫Vittoria▫◽
Sala Mazzone (ex ENEL), dal 22 aprile al 14 maggio
Inaugurazione 22 arpile ore 19.00
Lun-sab 9.30-12.30 (su richiesta); 17.00-20.00
〰〰〰

Sarà disponibile pure il catalogo della mostra contenente le opere degli artisti coinvolti. Tale pubblicazione, oltre agli interventi nell’aerea prettamente artistica, conterrà anche contributi sul fenomeno migratorio, in modo da contestualizzare meglio l’evento. Il ricavato servirà per sostenere le spese della mostra stessa.

Per ulteriori informazioni:
Tel.: 349 3009999 (10.30-12.30; 16.00-18.00)
E-mail: ufficiocultura@diocesidiragusa.it
http://cultura.diocesidiragusa.it/

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Elogio del Disegno

June 6, 2015

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Autori: Francesco Balsamo – Salvo Barone – Giovanni Blanco – Sandro Bracchitta – Momò Calascibetta – Giuseppe Colombo – Piero Guccione – Giovanni Iudice – Giovanni La Cognata – Giovanni Lissandrello – Vincenzo Nucci – Giovannni Robustelli – Franco Sarnari 

Curatore: Andrea Guastella 

Organizzazione: Associazione Aurea Phoenix

Luogo: Civica Raccolta “Carmelo Cappello”, Palazzo Zacco, via San Vito 158, Ragusa

Recapito telefonico: 0932 682486 (Centro Servizi Culturali, Ragusa)

Inaugurazione: sabato 6 giugno 2015, ore 18.00

Durata: 6 / 23 giugno 2015

Orario: aperto tutti i giorni escluso sabato e festivi ore 9.00 /13.00; martedì e giovedì ore 9.00/13.00 e 15.00/17.00

 

Si inaugura sabato 6 giugno 2015, alle ore 18.00, presso la Civica Raccolta “Carmelo Cappello” di Palazzo Zacco a Ragusa, la mostra Elogio del disegno, a cura di Andrea Guastella. L’esposizione, organizzata dall’Associazione Aurea Phoenix col Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Ragusa, raccoglie una selezione di disegni di autori italiani contemporanei.

Martedì 23 giugno alle 18.00, sempre presso i locali di Palazzo Zacco, alla chiusura della mostra verrà presentato il volume di Andrea Guastella Il ramo verde, Aurea Phoenix Edizioni, una raccolta di scritti sull’arte comprensiva del saggio che dà il titolo alla mostra e che le è esplicitamente dedicato.

Dal testo di Andrea Guastella: «In un capitolo dal titolo emblematico, Elogio del pastello, della sua indimenticata Critica della modernità, Jean Clair registrava la risurrezione del disegno che, a suo dire, ritorna “ad occupare […] quel posto primordiale che fu, in altri tempi, il suo”. Trent’anni e passa dopo risulta difficile credere al primato di un’arte universalmente caduta in oblio, abbandonata dalle scuole e soppiantata, nella sua funzione mimetica, da strumenti ottici che consentono di riprodurre il reale con una facilità di gran lunga maggiore. Poco a poco tali strumenti, a cominciare dai più semplici come la fotocamera del telefonino, sono diventati delle vere e proprie protesi corporee, dei prolungamenti delle facoltà percettive col non trascurabile vantaggio di fissare una visione stabile, non soggetta ai capricci della memoria e modificabile a piacimento.

Oggi, perciò, non sembra strano che una star del calibro di Maurizio Cattelan dichiari candidamente di non saper disegnare: “Le mie cose”, afferma, “non le tocco proprio. È il vuoto che mi concentra e mi dà delle idee”. Si potrebbe – ammettiamolo – ironizzare facilmente su quel vuoto, ma sarebbe come prendersela con uno scienziato perché non sa cucinare: l’arte concettuale risponde infatti a logiche mentali che hanno poco da spartire con la “primordialità” del disegno, col suo essere identico a sé stesso da quando i primitivi tracciarono schizzi sulla pareti di una grotta.

Davvero il disegnare fonde l’uomo e il mondo: come lo sciamano si immedesimava nella preda da cacciare, nessun disegnatore che si rispetti è in grado di affrontare una montagna senza diventare in qualche misura una montagna, o di ritrarre una donna limitandosi a contemplarne la sagoma, la forma. Occorre percorrere i luoghi, frequentare le persone, conoscere la luce e l’atmosfera dei primi e i movimenti delle seconde, dal modo in cui, con un gesto della mano, ravvivano i capelli, al piegarsi di una ruga se un pensiero le attraversa. Disegnare non è infatti copiare passivamente il dato oggettivo: è cogliere un’armonia fra rapporti complessi e trasporli in un ordine proprio, sviluppandoli secondo dinamiche autonome. E non si tratta di impresa da poco. Per quanto si tratti di un atto primigenio, per disegnare – come per scrivere – occorre superare una barriera.

Lo aveva capito Van Gogh, che in una lettera al fratello definisce il disegno «l’arte di aprirsi un passaggio attraverso un muro» eretto tra i sensi e l’intelletto, tra ciò che si vede e ciò che si intende esprimere. Ostacolo da superare ma non perciò meno necessario, essendo proprio la sua presenza ad accendere l’immaginazione trasformando la percezione meccanica in interpretazione. Ogni artista, per dirla tutta, ha il proprio muro, che a volte coincide col suo limite, altre con la sua qualità maggiore. Prendiamo il caso di Vincenzo Nucci, amico carissimo da poco scomparso cui ho il piacere di dedicare questa mostra: forse il disegno era per lui un limite, una sfida, ma senza impegnarsi in questo confronto sviluppando le sue attitudini di colorista non sarebbe probabilmente diventato il grande pittore che tutti ammiriamo. Non a caso il suo Paesaggio della memoria, un disegno che mi donò per una mia pubblicazione, è quasi un unicum nel suo corpus, e non manca di ricorrere al bianco del pastello.

Al contrario, per Franco Sarnari il disegno è la prima rimozione – parafrasando un suo famoso ciclo potremmo quasi definirlo una Cancellazione – della sua lunga storia: disegnatore abilissimo, egli farà sempre più a meno della spontaneità dimostrata agli esordi (lo Scooter in mostra risale agli anni ’50) in nome di un tratto più freddo, pensato. C’è quasi da credere che egli abbia temuto di rimanere impantanato nelle secche della facilità esecutiva – la qualità maggiore come ostacolo da superare – rimanendo soltanto un disegnatore.È questo un timore probabilmente condiviso da Giovanni Blanco, altrettanto dotato ma alla continua ricerca di prestazioni superiori per il suo strumento e, sebbene in misura minore, da Salvo Barone, dove l’intellettualismo di alcune scelte tematiche è un freno a mano inserito che rallenta un fluire di linee altrimenti impetuoso.

Solo Giovanni La Cognata, disegnatore naturale se mai ve ne fu uno, è all’apparenza esente da simili preoccupazioni: all’apparenza, poiché il suo ductus, incisivo come plastica è la sua pittura, si nutre di natura almeno quanto è carico di memoria culturale. La spontaneità, è proprio il caso di ripeterlo, è figlia dello studio.Qualcosa del genere accade anche a Piero Guccione, il cui disegno è costruito, meditato, rarefatto proprio come la sua splendida pittura. E alla pittura, a una tessitura fine, quasi – se fosse possibile – per velature sovrapposte, si richiamano il disegno di Giovanni Iudice, dalla trama così sottile da rendere arduo cogliere il solco della matita sulla carta, nonché quello poetico, evocativo, carico di suggestioni letterarie di Giuseppe Colombo, Francesco Balsamo e Giovanni Robustelli.

Un discorso a parte va fatto per il gesto ipnotico e sognante di Sandro Bracchitta, una sorta di inconscio del suo lavoro di incisore, per quello incerto e sfumato, come se il tempo ne avesse diluito la nettezza, di Giovanni Lissandrello e per quello espressionistico di Momò Calascibetta,

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TG notte – cm. 50 x 100 – disegno a matita 2004

forse il maggiore erede di una tradizione che ha in Grostz e in Dix i suoi padri fondatori e una delle massime testimonianze nel segno sospeso tra l’impegnato e il surreale di Bruno Caruso.In realtà ciascuno di questi autori meriterebbe un discorso approfondito, addirittura monografico, che renda giustizia al suo percorso individuale. A me basta, in questa sede, riconoscere che Jean Clair non si sbagliava».

Info: Andrea Guastella, mail: andreguast@yahoo.com  cell: 327.4059001

https://www.facebook.com/events/421710571346331/

Vittoria Sperimenta

March 29, 2014

Vittoria Sperimenta

VITTORIA. Sabato 29 marzo alle ore 19.00 il vernissage della mostra 

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La sperimentazione si è chiusa con tre ospiti speciali: Momò Calascibetta (in foto), Loredana Grasso, Francesco Lauretta

SICILIA – VITTORIA (RG) – La sperimentazione non è ancora finita. Sabato 29 marzo, infatti, dalle ore 19 alle ore 21, nello splendido spazio al primo piano del Chiostro di Santa Maria delle Grazie, sarà inaugurata la mostra di Vittoria Sperimenta, che vedrà in esposizione tutte le opere prodotte in questi due mesi dai tredici artisti ospiti (Ilde Barone, Giulio Catelli, Salvo Catania Zingali, Carmelo Candiano, Giuseppe Colombo, Giovanni La Cognata, Giovanni Blanco, Carlo e Fabio Ingrassia, Piero Zuccaro, Momò Calascibetta, Loredana Grasso, Francesco Lauretta).
I due mesi si sono conclusi con una settimana speciale, che ha visto ospiti Momò Calascibetta, Loredana Grasso, Francesco Lauretta.
“Chiudiamo queste quattro settimane – ha commentato il direttore artistico Giovanni Robustelli – e lo vogliamo fare con le parole delle persone che sono venute. Proprio durante gli ultimi giorni, una signora, una di quelle che rappresentano il pubblico tradizionale delle mostre e che sono state incuriosite dal nostro esperimento, ci ha detto che questa manifestazione lascerà un segno nella storia della cultura di questa città, un segno che serve da concime per le nuove generazioni. Ed è vero, perché per raccontare di questa esperienza potremmo anche usare le parole dei bambini, la sorpresa dell’entusiasmo, la loro curiosità e meraviglia, tutte cose che dovrebbero farci riflettere sul valore che può assumere il linguaggio artistico nella formazione dei bambini. Il risultato finale è stato esattamente quello che ci aspettavamo: possiamo dire di aver raggiunto i nostri obiettivi”.
“E’ stata un’esperienza strabiliante anche dal punto di vista umano – aggiunge Ivano Fachin, presidente dell’associazione Akash -, un’occasione unica di incontrare universi, culture, filosofie e tecniche, una carica di energia e di curiosità senza paragoni. Se il nostro pubblico ha avuto modo di cogliere anche una piccola parte di quello che noi abbiamo vissuto ogni giorno, possiamo essere orgogliosi del risultato”.
E gli artisti stessi, confermano il valore di questa formula – innovativa e per certi versi provocatoria – proposta da Vittoria Sperimenta.
“La rassegna – commenta uno degli artisti ospiti dell’ultima sessione, Momò Calascibetta – ha voluto offrire al pubblico la visione della nascita in diretta di un’ opera d’arte nei suoi aspetti più intimi e sconosciuti. Già il mondo contemporaneo artistico nega la concreta possibilità diincontri-scontri tra gli stessi operatori del settore. Rimpiango il tempo storico in cui poteva verificarsi un incontro dilaniante e tragico come quello tra Van Gogh e Gaugin, artisti che partoriscono le loro opere per la loro intrinseca necessità d’esistere. I miei lavori nascono in assoluta solitudine. Rare volte accetto esperienze di questo tipo ma  questa volta  galeotto è stato l’ incontro a Milano con  Giovanni Robustelli. L’ambiente fisico ed umano in cui si è svolta la rassegna ha rispettato  i canoni della bellezza e dell’armonia creando un habitat confortevole in cui ogni artista ha potuto ben lavorare anche se non  è stato per me facile sentire nei nostri spazi lo scorre curioso e parlante del pubblico visitatore che qui…lo si voleva comunque agente”.
“Ho lasciato un silenzio muto e ho ritrovato una forte cassa di risonanza – ha aggiunto Loredana Grasso –, quasi una nuova, bella e grande famiglia. Mi porterò via l’esperienza di avere incontrato delle persone straordinarie e non solo. L’artista è abituato a una forma di solitudine incredibile e qui ho riscoperto invece il silenzio della presenza, il privilegio di avere a fianco persone che riescono a stimolarti anche senza fare nulla. Con i bambini, poi, è stata un’esperienza straordinaria: un momento in cui mi sono sentita davvero me stessa, dati anche alcuni dei miei linguaggi precedenti, e in loro mi sono riflessa come in uno specchio”.
“La cosa bella, al di là del lavoro – ha detto infine Francesco Lauretta, che qui è arrivato con una poltrona, i suoi libri e i suoi dischi -, è che si incontrano persone di una generosità straordinaria, dagli artisti al pubblico. Sono momenti incredibili per raccontarsi e ascoltare e conoscere il racconto degli altri. Mi sono portato le mie cose perché il pittore non è tutto quello che sono: la pittura è l’atto finale di un processo di ricerca che ho voluto portare per intero. Ed è stato un momento per verificare ancora una volta che questo è davvero un lavoro benedetto”.
L’appuntamento è dunque per il 29 marzo, per poter ammirare le opere prodotte durante questa prima edizione.